Terra italiana

Quanta bella terra italiana, argillosa,
riposa nel sole sedato di settembre,
da Genova a Roma, da Roma a Siracusa!

Dai massicci appenninici discende,
intiepidendosi, verso le pingui pianure,
logorate da un’economia agraria

impaziente, da un’industria prepotente…
Quanta industria umana svalorizzata,
dalla Pianura Padana al Tavoliere,

dalla Val di Susa, logorata da voraci
“politiche dei trasporti”, all’Irpinia,
una volta cuore della Terra di Lavoro,

di culture mediterranee antico crocevia,
oggi straziata dal traffico di rifiuti tossici,
e ribattezzata Terra dei Fuochi!

E da qui, scendendo verso l’Adriatico,
s’entra nell’immonda Terra dei Cafoni,
granaio imperiale sotto i Romani,

residenza reale sotto Federico,
che la rese nuova patria degli ultimi
Saraceni ribelli, deportati da Jato,

assoldati nella manifattura di mattoni,
nell’arte della ceramica e della guerra…
Terra scomunicata, di ogni creatura

senza speranza meta privilegiata,
come nella favola di Tommaso Fiore,
terra desiderata pure dell’Inferno,

porto franco per chi, in Europa,
non ha diritto a un dignitoso inverno,
chi, senza diritto ufficiale d’accoglienza,

peregrina in bikini sulla tangenziale,
insieme a chi, con irregolare residenza,
sfrattato dal diritto all’esistenza,

occupa un casolare diroccato
sul ciglio d’una vecchia statale.
E mentre, per le buffe monovolume,

le entusiaste famigliole per questa
strada se ne vanno al mare,
non ha diritto il Maliano storpio,

che porta taniche d’acqua sulla testa,
dalla fontana del borgo al “ghetto”,
la giovane mamma Magrebina,

a cui lo Stato non ha dato un tetto,
che spinge due figli sul carrozzino
coi tir che le sfrecciano di lato,

e neanche il vecchio Terrazzano,
che scappa per campagne in bicicletta,
a cui lo stato non ha rifatto l’etichetta.

Facili prede per l’abietto strozzino
di turno, per il furbo imprenditore,
per il caporale che della vita fa torba,

e per cui pure è assente lo Stato.
Fugge oggi da queste terre Samba,
venuto dal Senegal in cerca d’una vita,

che nella ricerca di una nuova alba
ha trovato solo altro tramonto,
in ciò che la vita gli ha dato

solo quello che la vita gli ha tolto.
Va per l’affollato viale della stazione,
nell’odore di luminosi tigli, e gli pare

valicare la frontiera dell’emancipazione.
Gli marciano dietro due figli, bruscoli
d’anime spaurite, dentro la luce rosea

azzurrognola che il sole, con l’Adriatico,
compone verso l’ultimissimo albeggiare…
(Sognano il mare, non molto lontano,

la sabbia morbida che scivola fra le dita,
le onde che filano via dalla riva).
La mesta stagione è ormai terminata,

per Samba e la sua minuta ciurma,
e ogni cosa si fa più persuasiva.
Finita la vita e la fatica nei sterminati

campi di pomodori. Terminati i dolori
alla schiena, gli strappi muscolari,
i fragori delle raccoglitrice meccaniche,

la puzza di fatiscenti fabbricati,
simboli delle abiette dinamiche
del neocapitalismo agrario. Colori

nuovi ravvivano i campi, i caseggiati,
i poderi abbandonati, dove per anni
vite hanno desiderato vita, ogni vita

ha passato diversi compleanni,
mentre chi, con la loro fatica
ha fatto fortuna, vive ora nella pace

quotidiana: segno che qui la giustizia
è finita, o non è mai arrivata…
Svaniti gli odori delle piante marce,

le minacce dei caporali, la sofferenza
di una dignità calpestata, l’angoscia
di una volontà sfruttata, la metodica

espropriazione della coscienza.
Terminati i ricatti dei padroni,
di vecchi baroni e giovani balordi,

piccoli, medi e grandi possessori
di terreni privati e demaniali…
Ah, quanta bella terra! terra italiana,

grigiastra terra di abbondanze,
abbandonata alla gretta italiana
ragione! Quante ricolme speranze

di rinnovamento andate! terra
di paradossi politici e antropologici,
di tracolli culturali e socio-economici…

Oh, Terra italiana! nelle tue rovine
fanno il nido arrivisti accorti,
padrini da sconsolanti osterie,

che svendono la vita per quattro soldi,
mistificati dal cinema americano,
modelli per intere periferie,

per le gang e gli amanti del pop,
e per chi si definisce alternativo…
Samba non ha mai avuto tempo

per Marlon Brando e al Pacino!
Ecco il treno, per Torino. (Sogno nuovo?)
Dei succosi pomodori del Tavoliere,

sulle mani callose, il pungente odore
vola via con la coda del treno…
“Ma quanti fratelli e sorelle restano?”

s’interroga Samba. “Quando sparirà
sulle loro mani l’odore dei pomodori?
Il giogo, per me rotto, ora a chi tocca?”

Passano paesaggi da antiche geometrie,
la sagoma del Gargano che sbuca
azzurra fra la rada foschia, le pezze

del Tavoliere, fecondate da transumanze
millenarie, coi loro orizzonti bassi,
che si perdono lontano, negli Appennini…

Nei vetri, si confondono coi panorami
africani, stampati nella sua memoria,
coi ricordi di un’adolescenza mai vissuta,

che una neonata democrazia non gli ha
reso possibile, né quella occidentale
gli ha mai permesso di riconquistare…

Nel cullante andare del treno, l’anima
di samba si riorganizza, e un uno mondo
nuovo si pare, uno vecchio si chiude,

dentro uno ancora più vecchio.
Ma se mondi si chiudono o aprano,
come si può davvero saperlo? Quanto

passare resta fisso nella memoria?
quanto vivida è la coscienza del nuovo,
del presente? Latente resta la storia

subita, patita, o tollerata, nell’esperienza
che avanza, nella nuova coscienza
che si forma, e domani si sforma.

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Un pensiero su “Terra italiana

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