fuori testo

Officine aperte, in mondi che si chiudono…

 

 errando discitur…

(Antonio Fiscarellli su Officine aperte)

Fiscarelli_copertinaOfficine aperte. Preludio a una ricerca di senso alternativa è una raccolta di poesie forgiate, battute, scolpite come dentro un’ “officina”, in cui il lavoro è concepito in un significato ampio, come sinonimo di attività creativa. Così era inteso da Gramsci, che a officina attribuiva sia il significato latino di opifex, (composto da opus, opera, e fex, derivato di facere), a cui collegava l’esperienza lavorativa – manuale, operaia, artigiana e contadina -, sia quello che ritrovava nello studio del De Sanctis, il quale definì l’opera del Manzoni come un’ “officina” in cui si formava il nuovo movimento letterario italiano, una visione che Gramsci collegava all’esperienza del lavoro intellettuale.

Questa costellazione di significati, celati nel concetto di officina, sembra aver colto anche l’occhio critico di Pasolini. E non solo nell’opera dedicata a Gramsci (Le ceneri di Gramsci)dove forse la poesia più emblematica sul nostro tema è “Terra di lavoro”, ma anche nel breve scritto “Dal laboratorio (Appunti en poète per una linguistica marxista)”, incluso nel saggio Empirismo eretico, in cui il poeta, partendo da un minuzioso lavoro di analisi – da laboratorio appunto – della lingua di Gramsci, si diffonde sulla funzione della lingua nei processi tarsformativi della società, insomma, sul destino rivoluzionario della “langue”. 

Se il termine “officina” quindi attiene a un’idea di attività piena, a una realtà attiva e multiforme, a un fare polivalente, a un concetto polisemico caratteristico della lingua italiana, il concetto di lavoro, spogliato dai concetti di “profitto”, “dipendenza”, “salario”, riconduce a quelli di  “autodeterminazione”, “autonomia”, “opera creativa” se non “creatrice”, manuale e intellettuale. In questo modo, pur conservando il significato inscritto nella sua radice etimologica latina (labor, ossia “fatica”), rinvia ai termini greci ergon (“lavoro”, “opera”, “occupazione”, soprattutto a contatto con la natura, come lo ritroviamo ne Le opere e i giorni di Esiodo); e poiesis che, oltre a conservare l’idea del “fare”, “costruire”, dal nulla, come nel Simposio di Platone, indica anche la “creazione poietica”, come si ritrova inizialmente in Erodoto. Stando a ciò, si potrebbe dire, senza esagerare, che la rivoluzione stessa si organizzi come dentro un’ officina, ossia dentro uno sforzo congiunto di lavoro manuale e intellettuale, di arte, ingegno e immaginazione” (v. la poesia “Qui Italia, qui Europa”). Nessun termine, dunque, meglio di “officina” si addice a quest’opera letteraria, la quale nasce come l’opera-lavoro di una vita.

Sono inoltre “aperte” le officine nelle quali vivo da anni, lavorando a tempo pieno in inquietanti e sfibranti progetti (che peraltro non si compiono mai), cercando di non perdere, nell’agire, il rapporto con il pensiero e l’immaginazione, perseverando faticosamente nella “ricerca del senso”, contando i minuti per razionalizzare i tempi e per non soccombere alla dissociazione tra teoria e praxis, al disfattismo diffuso, alla tendenza a richiudersi nel proprio microcosmo, logorati da un eccessivo consumo di mass-media e di altri effimeri prodotti dell’industria culturale. E’ forse anche per rispondere a questo rischio di chiusura, di abbarbicamento in nicchie, concreto e virtuale, che le nostre officine si sono “aperte”, devono restare aperte, e devono esserlo per accogliere, eventualmente, tanto gli adulti quanto i bambini, l’altro soggetto a cui è dedicato il libro.

Il concetto di “apertura” quivi messo in gioco rinvia soprattutto alla concezione rivoluzionaria di Aldo Capitini, il quale riteneva che non ci sia possibilità di cambiamento sociale apprezzabile senza “l’apporto dei bambini”. Tra le sue opere, che mettono a fuoco sul concetto di apertura, ricordiamo Educazione apertaReligione aperta e Rivoluzione aperta. Quest’ultima era dedicata all’opera rivoluzionaria di Danilo Dolci, che annoverava i mass-media fra i peggiori “virus” della società e considerava il bambino come un pilastro fondamentale della sua stessa struttura, da lui definita “maieutica” in quanto fondata naturalmente sulla reciprocità, reciprocità che viene meno quando le relazioni degenerano in meri rapporti di forza piuttosto che svilupparsi in rapporti collaborativi.

Ed eccoci di fronte a uno dei fulcri tematici di Officine aperte. Essere o non essere collaborativi? E, pur volendo esserlo, pur aspirando a un modello di coesistenza più cooperativo e pacifico, sappiamo davvero esserlo? Sappiamo anche solo immaginarcelo? Ed inoltre, la coscienza di ciascuno non è forse condizionata dall’eterno dissidio tra interesse personale e interesse generale?

Evidentemente, non siamo proprio di fronte a delle questioni retoriche, perché è assodato che in certe zone l’individualismo e la competizione l’hanno vinta sulla cooperazione e la solidarietà, e che la democrazia non è uno stato presente bensì una condizione da conquistare, non è – come si sarebbe tentati di pensare – un problema attinente alla mera sfera cosiddetta “politica”, bensi è la meta stessa dell’ “educazione”, che non può essere chiusa e competitiva, ma solo cooperativa, perché la chiusura e la competizione non conducono alla democrazia, bensì al liberismo economico, a cui fa molto comodo il nazionalismo e ogni forma di governo non deomocratico o falsamente democratico. D’altro canto, non può esserci né democrazia né dittatura senza un preciso piano pedagogico, fosse anche il peggiore concepibile (e non solo nel senso in cui lo intendeva John Dewey nel classico libro del ‘900 sul tema in questione, ossia Democrazia e educazione), la politica, o ciò che intendiamo per politica, e i governi stessi non essendo che espressioni specifiche dell’educazione dei popoli.  

Senza dubbio, fra gli autori sopra menzionati, ogni analogia è superflua rispetto alle notevoli differenze fra le loro concezioni politiche e i loro principi filosofici. Ma ciò è in linea con un aspetto essenziale di Officine aperte, che propende a evidenziare le differenze in luogo delle affinità, se non i conflitti, le posizioni-opposizioni di principio nell’approccio alla questione politica, tanto nei singoli quanto nei grossi movimenti e nei piccoli gruppi, “violenti o nonviolenti che siano” (v. la poesia “Esercizio di coscienza”). Officine aperte aspira a una sintesi creativa o, se si vuole, a una simbolizzazione, ovvero a una mimesis delle ambigue tendenze della società di oggi, le nuove abitudini – cattive e buone -, i nuovi rapporti sociali, la nuova contraddittoria condizione delle cose.

Intendiamoci, la dialettica tra ricchi e poveri, servi e padroni, martiri e carnefici, sembra una dominante invariabile nell’evoluzione dei rapporti umani. Ma se nel continuo riciclarsi della società ciò che è marcio si rigenera insieme a ciò che è sano, oggi la corruzione nelle istituzioni e nei partiti non dovrebbe scandalizzarci meno di quella che contamina il mondo associazionistico e cooperativo, un settore molto vasto del sistema della piccola e media iniziativa economica e sociale. Non c’è da meravigliarsi se in molti giovani, oggi, gli ideali rivoluzionari, manomessi dalla propaganda propinata quotidianamente dai mass-media, resi sterili da una pietosa penuria di cultura nel significato stretto della parola,  se non si confondono con un’idea di violenza tout court, si confondono con un’idea vaga di impegno politico, o di “missione” in senso religioso o, ancora, si cristallizzano nella scelta di un lavoro considerato “socialmente utile”, a contatto con gli “altri”, con i più “esclusi”, se non, infine, in chi pensa solo alla propria sopravvivenza, si concretizzano in sordina in un’esperienza lavorativa come un’altra, nel terzo settore no profit, considerato un settore come un altro dell’economia.

E mentre va gradualmente scomparendo la solidarietà vecchio stile, appartenente a un mondo che crediamo lasciarci alle spalle, dove era concepita come una forma spontanea di convivenza (e ancora oggi lo è nelle zone più malmesse dell’Italia e del mondo), si va sempre più affermando una forma più razionale o, se si vuole, meno istintiva di solidarietà: una solidarietà amministrata, fiscalizzata, burocratizzata, “da professionisti”, invasi da “un amore da terzo settore” (v. soprattutto le poesie “Lezioni d’alba” e “Partecipazione”). Il rischio è enorme, se si approfondisce la faccenda (oggi così scandalosamente evidenziata da “Mafia Capitale”, ma che va ben oltre questa specifica esperienza), di essere in ritardo nell’analisi di quanto succede non solo nella società civile e nelle istituzioni, ma anche nel settore della cooperazione organizzata. Il rischio è enorme, specie se si ha paura di parlarne, di trovarci coinvolti in processi di partecipazione inautentici, nel perpetuo riciclo di una democrazia viziata, senza avere la forza necessaria, né essere abbastanza organizzati, né esserci dati mai il tempo di organizzarci per opporci. Naturalmente, a discapito di tutti, ma soprattutto di chi già vive ai margini.

E magari, dopo tanto lavoro, travaglio, sacrificio, a lungo andare, in questi anni “che passano le idee a non realizzarsi” (v. “La realtà che non parla”), non ci risulterà scandalaso nemmeno doverci trovare al più grande evento della storia dei lavoratori, il Primo Maggio, travolti da una cosiddetta “carica di alleggerimento”, a far fronte o a scappar a gambe levate davanti alla scorta armata del partito al potere. Se Pasolini mezzo secolo, pur in polemica coi comunisti, poteva ancora dire, “Il PCI ai giovani!”, noi oggi che potremmo mai dire ai giovani del PD? E posiammo forse supirci per la sorte dei poliziotti, per i conflitti tra poliziotti e manifestanti, entrambi cittadini con abiti diversi della stesso paese? Cittadini? Fermo restando – con Pasolini – che “siamo ovviamente d’accordo contro l’istruzione della polizia”, come possiamo dunque meravigliarci della condizione di questi disgraziati che, da adolescenti educati a una falsa idea dell’istituzione, in seguito ingannati da un falso amore della patria, scegliendo la vita da soldati stipendiati, -come quelli sopraddetti hanno scelto una vita da operatori del terzo settore, disarmati -, sembrano aver perso il senso di una alternativa? E a maggior ragione in questa patetica rappresentazione della vita italiana, che la Mediaset e la Rai hanno plasmato per loro e tutti noi sin dalla nascita?

Forse Officine aperte vuole anche permettersi il vezzo di uno sguardo cinico – e innocente, se non è pure una colpa il sentirsi delusi -, oltre i fumi del genocidio culturale perpetrato dai due più grandi colossi della comunicazione di massa, evidentemente i più raffinati sistemi di istruzione e di educazione del Bel Paese, che insieme formano il panopticom per eccellenza del controllo psicologico delle masse. Forse vuole anche dar da credere, se non illudere, che ci sia una minima speranza di cambiamento per chi, come questi giovani in divisa, i politici corrotti ed altri imbacuccati personaggi, l’ha perduta o barattata, insieme alla dignità, con uno stipendio da miseria o con un onorario da privilegiati. A conti fatti, non importa se si hanno pochi o molti soldi, ma quanto si è capaci di sopportare un padrone, poiché la libertà, in tutte le condizioni, a ogni livello della stratificazione sociale ed economica, in un mondo dove appunto le regole possono essere così sfacciatamente trasgredite, tanto dai possidenti quanto dai poveri, è forse l’unica regola che non si dovrebbe mai trasgredire. Officine aperte vuole rispettare, a modo suo, questa regola.