Il diverso

foucault_pasolini

 

Tanto neonato al dolore del mondo
-talora inespressivo e privo di senso-

ancora così soavemente ignaro
dell’esistenza come compromesso,

tra essere e avere, genuino esistere
e consumistico vivere, per lavorare…

Tu vieni a riempire di nuove gioie
questo mondo che in noi invecchia,

questo spirito che in noi incanutisce,
cui il tempo riserva soltanto memorie

balorde, indelebili conflitti di coscienza.
E non c’è qualcosa che non ti stupisce

di questa società in decadenza;
sempre inatteso, sebbene mai aborrito,

tu vieni a placare, con rinnovati sogni,
la nostra sete di redenzione, infondata

ansia di salvezza per cui non gareggi.
Radioso, nell’angelica e scomoda diversità,

che ti rende amato e al contempo odiato,
raggiante nel serafico viso, talvolta burlesco,

accorri fraternale, senza giudizi, fiabesco,
nel cogliere ciò che fra noi di buono resta,

un senile amaro dolce amore per la realtà,
se realtà è pure questo tedio che ci strazia,

ogni giorno, per una vita che non ci sazia.
Tu porti la glabra felicità di una festa,

rinnovante atmosfera di cambiamento,
fra uggiose e infeconde brigate, ossami

di libertà soggiogata, di reduci asserviti,
se non svenduti, al funesto conformismo,

E poi resti, tra ghirlande di crisantemi
avvizziti, a seguire con amabile pazienza

i racconti, talora boriosi, talatra monocordi,
di chi per la tua adolescente indulgenza

rinasce, e fra mille antichi disaccordi,
dalla nube di rammarichi e rimpianti,

rivive in sé la propria adolescenza,
o almeno i suoi più probabili ricordi.

Talvolta, fra sconsolanti sguardi di sconfitta,
ci lusinga il tuo beffardo sorriso di rivolta,

talaltra, ci seduce il tuo inesperto amore,
fino a placare il nostro immemore livore.

Così, come esonerati, dai pesanti carichi
di un antico imperativo, ti vediamo remare,

nel mare della vita che noi guardiamo
dalla riva, mentre t’incitiamo a lottare

per vivere, non per sopravvivere,
ragazzo, adolescente, poi forse uomo.

Ci sembra quasi di poter accettare ogni
tua decisione, di riconoscere, nei tuoi

disaccordi, il carisma d’un capetto,
un amore ringiovanito della libertà.

Ci scandalizza di te solo ciò che in noi,
nella nostra primitiva morale, appare

immorale… il pensiero che il tuo amare
possa non quadrare col tuo fallo,

che tu possa essere davvero diverso,
questo è il nostro vero tarlo.

Siamo immaturi, in una normalità
presunta, – statuita da un atto ufficiale

di nascita all’anagrafe del comune
per comprendere la tua alterità,

di persona di un’umanità altra.
Eppure, cos’è più dubbio d’un uomo

persuaso di essere sempre lo stesso,
di avere passione solo per un sesso?

Non c’è traccia di differenza nell’uovo
primordiale. Nei primi anni di vita

non c’è ombra di pregiudizio
sessista, né di separazione razziale

si è mai trovato qualche indizio.
Crescendo, ognuno si differenzia,

strappato alle origini, si estranea,
e questa sprovveduta violenza,

che dentro cova come una dea,
e fa ciascuno straniero a se stesso,

si fa presto strutturale diffidenza
verso tutto ciò che da sé è diverso.

La fobia dell’altro genere, femminile
o maschile che sia, diventa utpia

ideologica degli altri in generale,
in chi non trova nella ragione la via,

chi fa della ragione una prigione,
chi lascia il cuore fuori dalla contesa,

e s’illumina d’immensa incoscienza.
Perseveriamo nella nostra ignoranza,

nelle tenebre di una decadente visione
dell’uomo e della natura, di un’idea

primitiva della saggezza, della coscienza.
Solo un barlume di scienza, d’intuizione,

in noi germoglia, di ciò che sei, che noi
non siamo, macerati dentro dal vuoto

che in noi ha inciso il non essere stati.
Noi, che delle nuove genrazioni

non abbiamo che sterili giudizi,
da ogni giudizio ci sentiamo sgravati,

nel torpore di una svilita esistenza.
Nella nostra inccepibile insipienza,

privi du esempi migliori da offrirti,
cerchiamo inutilmente d’istruirti

a un valore superiore della vita,
che a noi la vita non ha rivelato.

Mentre tu ci chiedi, con domande
schiette, un autentico significato

della vita, o almeno un suo surrogato,
dalle nostre risposte trite e bugiarde

ricavi della vita un significato altro.
Che tu appaia sui viali d’una metropoli,

o nei vicoli di un paesino, fra anonimi
mentecatti di una sudicia bettola,

o dentro una rara chiesa barocca,
tu ci sei essenziale, come ai suoi fedeli

un dio. Che tu abbia o no un diploma,
una laurea alla Bocconi o alla Bicocca,

tu sei necessario, la tua azione ci rinnova,
ci affranca dalla nostra becera inerzia,

ci infiamma di una nuova speranza,
rischiarando questa processione

di derelitti don sogni di liberazione.
Tu ci liberi da noi stessi, col tuo mero

esistere, col tuo cercare ancora sincero…
sebbene a noi sfugga l’intimo senso

delle cose che per te, invece, si svelano,
che noi non sapremmo dire in versi,

perché ci manca ciò che in te è innato,
quell’estro che in te rende intensi

gli slanci della vita, che a te ci lega,
da te, diverso, ci separa, ci fa diversi.

 

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