Mi riappare Pasolini

pasolini

E improvviso di nuovo riappari,
come un bucaneve di seta,
in un prato d’avvizziti fiori,

o fra steppe secche e arse,
di falso amore della vita…
E in ogni tuo apparire,

è pervicace dolore di verità
vissute che sale, la vivida
coscienza del bene e del male.

In questa mia fantasticheria
triste, o tetra, tu manchi a chi,
volendo non sapere, “vuole

sognare”, e forse anche a chi
osteggiava la tua creazione,
al reazionario Occidente,

che non è deceduto con te,
e al quale tu opponevi, come
unica tua alternativa, l’Africa.

Ci mancano in questa abulica
riproduzione della vita, che i media
ci raccontano ogni dì, in tediosi

pacchetti telematici, i suoni ansiosi
di giustizia dei tuoi eslegi versi,
la voce dell’usignolo ribelle,

che unificava i separati sessi
in un unico atto miracoloso,
sporgendo la giovinezza imbelle

sull’abisso dell’ingenuità,
o della cattocomunista moralità.
Esule, dalle emiliane avvilite terre

dello sviluppo, degli obesi tumuli
di cemento che fanno le città tetre,
delle fabbriche mutate in tuguri

nelle piane inacerbite dalle loro
produzioni, che hanno immiserito
il Paese, mentre pochi arricchivano,

lasciavi tutto dietro alle spalle,
insieme a una madre stancata
dalla guerra, per l’altro figlio

trucidato sull’amato Tagliamento.
Esile l’anima tua, ma della flaccida
Italia solida coscienza critica,

nella cui poesia l’utopia era realtà,
di un’opera d’arte incompiuta.
Era perfezione per te ogni cosa

che non si compie, non è ancora
vissuta, ogni minuzia perfettibile.
La tua voce veniva da lontano,

una musica ascoltata da latri radi
poeti, riverbero d’un sole che irradia
una terra imbarbarita di vacui idoli,

quella ignobile Italia neofascista
che ti ha processato mille volte,
puntando a uccidere in te l’artista,

prima ancora che la persona…
Ed era destino che proprio a te
apparisse sacra ogni realtà,

mistica esperienza la vita,
in ogni suo aspetto, previa
razionale critica della società,

delle caliginose istituzioni,
fondate su politiche di vanità,
costruttrici di triviali illusioni,

che il popolo porta sulla groppa,
sacrificando anche il sesso…
Intorno a me amore non sgorga,

né odio, ma desiderio represso;
arde, in me, la rabbia incolore
dei popoli oppressi, il delirio

di governi idioti, che rendono
sempre più idiote le masse.
Ah, se “essere diverso non è essere

innocente”, ritirarsi dal fronte
della vita è forse essere meno
complici? Nel tuo silenzio rifulge

ora una chiacchiera insopportabile,
indecifrabile inautenticità del dire,
del comunicare fine a se stesso…

In essa, non è che atra luce l’esistenza,
come del riflesso di quel bruno
sole che rendeva la tua angoscia

diverso da un “segno di vita”.
Non so quanto possa valere
l’aver missuto mille esperienze.

E il rimuginare su ciò che di ieri
non è che rimosso, sopito conflitto,
non rende la vita migliore.

C’è come un incedere incerto,
di coscienze anche coltivate,
per stereotipi e clichés, che rende

le masse stesse meno motivate.
E così, tra i più austeri studiosi,
s’avverte questo insistente bisogno

di “insegnare”, quasi fosse questo
il fine sommo di anni di ricerca,
e non semmai l’azione, la praxis…

E chi pensa di aver capito Marx,
scagli la prima pietra, ma di scienza
non faccia solo sceneggiatura!

Manca a questa barbara Nazione
il rispetto per la cultura, e alla cultura,
il senso di una lotta più radicale.

Fra “dannunziani in pantofole”
e opinionisti, nei nuovi teleschermi,
decade ogni idea di cambiamento,

mentre per chi teme le parole, lontana
è l’ipotesi dell’azione. Nel frattempo,
fra le ceneri dei tuoi canti di rivolta,

non allineata, risorge l’antica rabbia
che fa di ogni repubblica una subdola
dittatura, cingendola di diffidenza,

restringendo il movimento della vita
nel cerchio ristretto dell’intolleranza,
l’altra nostra comune sfida…

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